Un "no" che gli è costato la vita: la storia di Alessandro Bozzo

La presentazione del romanzo sulla storia del giornalista calabrese morto suicida per le pressioni dell'editore

Si è tolto la vita il 15 marzo del 2013 Alessandro Bozzo, il redattore cosentino di “Calabria Ora”, il giornale dell’allora direttore Piero Sansonetti. A distanza di anni a parlarcene è il giornalista e vice-direttore della cronaca di Repubblica, Lucio Luca, con il contributo di Saviano, nel libro “L’altro giorno ho fatto 40 anni” (pp. 198, € 16,00), pubblicato da Laurana editore. Il romanzo è vincitore del premio Articolo 21 per la libertà di stampa, a dimostrazione della forza di una storia tragica ma emblematica, una storia di giornalismo, censura e precariato.

Domenica 17 febbraio ore 18.00 a Casetta Rossa, l’autore ne discuterà insieme ad altri giornalisti “sotto attacco”, come Antonella Napoli, la freelance fermata a Khartoum, e Federico Marconi che con il fotografo Paolo Marchetti è stato violentemente aggredito. Il tema dell’incontro sarà: Storie di giornalisti tra crisi e nuove censure.

Perché Alessandro si è tolto la vita? Secondo la procura per il lavoro, fu costretto infatti dall’imprenditore, Pierino Citrigno, sotto minaccia a dimettersi e ad accettare un contratto a tempo determinato con un'altra società rinunciando a ogni diritto di rivalsa. Era scomodo alla testata. Il giornalismo non seppe ripagarlo con lo stesso ardore che lui diede alla professione: grande talento, mappava la politica come nessuno sul territorio, tacciava le ’ndrine, “ascoltava il cuore pieno di aritmie della sua terra”. Lo hanno fermato, vessato, sottopagato, isolato, ma lui ha resistito, finché un giorno, pagò il prezzo della libertà con la vita. Bozzo scelse di non sottomettersi, non riusciva ad accettare di far tacere la verità. Per la prima volta, la sua morte ha determinato la condanna di un editore per il reato di violenza privata

Dopo anni di silenzio qualcuno ha pensato di raccontarlo, di diffondere la sua storia, che è anche quella di chi continua tenacemente, con passione e resistenza, a esercitare e difendere questo lavoro in territori difficili e isolati come la Calabria, dove il giornalismo è più che mai missione.

“Ho deciso di raccontare la storia di Alessandro per senso di colpa. Non la conoscevo e il fatto che un giornalista a poche centinaia di km da me si fosse tolto la vita e io non ne sapessi nulla era sconcertante. Ho scoperto che tanti non conoscevano questa storia e ho capito che dovevo raccontarla per far capire a chi pensa che i giornalisti sono una casta che la stragrande maggioranza, invece, lavora tantissimo per salari spesso indecenti”, dichiara Lucio Luca.

Conclude: “Alessandro diceva no quando una cosa non gli andava bene. Un 'no' che spesso i giornalisti non sanno più dire. La sua forza, il suo coraggio, la schiena dritta davanti a pressioni e soprusi andava raccontata. Il fatto che finalmente gli sia stato riconosciuto un premio come quello intitolato a Mario Francese è il senso di un lavoro che andava fatto. Il giornalismo vive un momento di grande crisi e i giovani sono spesso costretti a lavorare nelle condizioni di Alessandro, spesso sfruttati da editori senza scrupoli. Al Sud è ancora peggio, perché a tutto questo si deve aggiungere una criminalità che minaccia e condiziona chi fa questo lavoro. Non a caso, in Calabria, c'è il maggior numero di cronisti minacciati e sotto scorta. Anche se in tutte le regioni del Sud la situazione è più o meno la stessa”.

Al termine dell’evento organizzato da “Rete nobavaglio-Liberi di essere informati”, ci sarà un aperitivo sociale.

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